lunedì 2 marzo 2015

Carlo Rovelli
La realtà non è come ci appare
Cortina 2014


Quello che più indispone in questo lavoro, per il resto di pregevole divulgazione scientifica, è il continuo sconfinamento nella filosofia della scienza compiuto dall'autore. Come alcuni suoi illustri predecessori (penso a Rita Levi-Montalcini, Margherita Hack, Umberto Veronesi fino a Piergiorgio Odifreddi) il bravo scienziato mostra tutti i suoi limiti non appena tenta di addentrarsi in territori che non gli sono familiari. Le argomentazioni storiche, prima ancora di quelle filosofiche, sono di una banalità sconcertante; il profilo etico degli scienziati ne esce ancora una volta ridimensionato e il loro ruolo di guida dei destini dell'uomo, ruolo che troppo spesso sembrano arrogarsi unilateralmente, appare più che un sogno una minaccia che ci riporterebbe indietro di secoli. Dire che il Fedone di Platone è pieno di sciocchezze sull'immortalità dell'anima non è certo un bel biglietto da visita per chi aspiri a dirci come stanno in realtà le cose. Lo stesso dicasi per il rifiuto quasi infantile, e certamente antistorico, di usare la dicitura "avanti Cristo" in favore di un asettico "a.e.v.". Sono certo invece che l'attribuzione a Fidia del "Discobolo" sia solo una svista.
Per quanto riguarda invece il contenuto di divulgazione scientifica Rovelli si dimostra esemplarmente capace di tradurre in un linguaggio semplice, visuale e quasi quotidiano i vari passaggi che portano a ricostruire la nascita della teoria dei quanti. Ogni capitolo diventa un salto vertiginoso, lo sforzo di fantasia per immaginare mondi così diversi da quelli che appaiono è tale che prima o poi ci si perde. Si capisce però che proprio questa capacità immaginativa è alla base delle scoperte di Einstein, molto più di quanto lo siano le successive equazioni che la spiegano. Immaginare che lo spazio possa essere curvo, che spazio e tempo siano la stessa cosa... Forse non tutto ma ogni tanto si ha l'impressione di capire qualcosa.

lunedì 16 febbraio 2015

Mors tua vita mea

Ho appena letto la notizia della momentanea (si spera) chiusura di "Cronache dalla libreria", il punto di riferimento per noi librai-blogger.
Nella libreria in cui lavoro la notizia della chiusura di alcuni punti vendita delle Feltrinelli era circolata già prima di Natale ed aveva suscitato reazioni opposte. Per la proprietà e la dirigenza era come aver vinto la lotteria, come un tre a zero a tavolino sul campo della Juve. Nei momenti di massimo sconforto, con sotto gli occhi i pessimi incassi di certe giornate in cui nemmeno tenere la porta spalancata era servito per convincere la gente ad entrare, si sentiva sospirare da dietro il registratore di cassa: "Speriamo che sia vero..."
Ben diversa la reazione della mia collega che avendo lavorato in Feltrinelli tendeva ad una maggiore empatia nei confronti dei colleghi.
Per parte mia sono sempre stato estraneo ad ogni atteggiamento agonistico nei confronti del lavoro, a maggior ragione se il lavoro ha o dovrebbe avere a che fare con la cultura. Non credo che le librerie dovrebbero sentirsi in concorrenza le une con le altre, penso invece che dovrebbero sentirsi tutte votate ad un unico risultato, allargare il bacino dei lettori e far crescere il livello culturale del Paese. Per questo motivo non mi scandalizza, ad esempio, il fatto che per aprire una libreria ci vogliano tanti soldi: in questo settore fare business deve essere secondario e se bisogna rimetterci dei soldi bisogna essere pronti a farlo, e per farlo occorre averne le possibilità. Questo fa delle librerie dei giocattoli di lusso i cui proprietari, invece che comprarsi una squadra di calcio o collezionare arte decidono di fare qualcosa per la società, e aprono una libreria.
Purtroppo quando i proprietari sono convinti di dover "guadagnare" e ragionano col metro del "tanto esce, tanto entra", nel momento in cui si accorgono di non avere i soldi per pagare le Riba mettono da parte l'aspetto culturale della loro attività e cominciano a guardare solo ai bilanci. A questo punto la libreria serve solo a pagare quattro stipendi, nient'altro. A questo punto la libreria può anche chiudere, può farlo da un momento all'altro e senza grandi rimpianti.
La libreria in cui lavoro economicamente è con l'acqua alla gola e non mi stupisco che i titolari possano gioire per la chiusura della "concorrenza". Non spero nemmeno possano cambiare idea perché hanno già dimostrato ampiamente in passato qual'è il loro livello di consapevolezza rispetto a questo lavoro. Quello di cui sono certo è che io non mi unirò ai festeggiamenti, nel malaugurato caso che qualcuno dovesse organizzare anche solo un brindisi, perché non trovo niente da festeggiare quando una libreria chiude.

mercoledì 22 ottobre 2014

Sabrina Paravicini
Supermarket porno
Gremese 2014

Qualche settimana fa, mentre ero in cassa, mi passa tra le mani questo libro. Il cliente che l'ha ordinato e che è davanti a me mi guarda imbarazzato: è l'esatto opposto di quello che ci si potrebbe aspettare dato titolo e, presumibilmente, contenuto del libro in questione. Quello che ho di fronte sembra il più grigio degli impiegati, piccoletto, con gli occhiali e non mi stupirei se fosse anche un padre di famiglia. Proprio vero, penso, che l'abito non fa il monaco.
Passo il libro davanti al lettore ottico, sento il bip, osservo lo schermo del computer, controllo il prezzo sulla quarta di copertina. Non lo faccio sempre, anche se è uno scrupolo che ogni tanto salva da problemi più grossi. Sopra al prezzo c'è la fotografia dell'autrice del libro, di una bellezza da togliere il fiato, letteralmente.
Il cliente intanto ha deciso che non vuole passare per il solito pervertito e incomincia a raccontare al mio collega la sua storia. Un giorno, durante un viaggio in treno, si ritrova seduta di fronte una donna che chissà come gli attacca un bottone pazzesco e racconta di essere una scrittrice. Gli parla del suo ultimo libro in modo così appassionato che il fortunato viaggiatore promette di cercarlo in libreria e di leggerlo. Detto, fatto.
«Beato lei» dico io, ancora imbambolato davanti alla foto dell'autrice.
«Tutti i viaggi finiscono» sospira lui.
Io continuo a fissare la foto dell'autrice, di quest'angelo dalle fattezze di donna, ma il mercato non ammette ritardi, i clienti premono e allora infilo il libro nel sacchetto. Penso che di un libro simile ne entra una copia in libreria solo se qualcuno la ordina, e invece scopro che di copie ne sono arrivate due: mi approprio della seconda e la sera stessa inizio la lettura.
Nel caso non fossi stato abbastanza chiaro: l'unico motivo che mi ha spinto a leggere questo libro è stata la fotografia dell'autrice. La copertina è di quelle brutte, forse persino volgarotta, e il titolo non promette veramente niente di buono. Sfogliandolo rapidamente ci si imbatte in frasi stampate con corpo doppio rispetto al testo normale, come fanno certi psicologi, per lo più esordienti, per enfatizzare le loro massime motivazionali. Se queste sono le premesse cosa deve fare il bravo libraio? Esatto: chiudere il libro e passare ad altro. Il bravo libraio.
Ma è proprio vero che l'abito non fa il monaco.
Il protagonista del libro è uno psicologo alle prese con una carrellata di pazienti che hanno tutti a che fare, chi perché ne è affetto, chi perché ne è vittima, con perversioni sessuali di vario tipo. La struttura del libro è quindi molto semplice in quanto alterna il racconto del rapporto fra lo psicologo e la madre alle evocazioni dei pazienti, come quadri racchiusi in una cornice ma senza nulla di boccaccesco. Lo schema infatti non è rigido, il modo di introdurre le storie dei pazienti è sempre diverso e sfrutta pretesti imprevedibili: una telefonata, una parola detta, un ricordo.
Certo, a scanso di equivoci è meglio dirlo chiaro: le storie dei pazienti sono esplicite, crude, narrate con un linguaggio che trova nella volgarità la strada più diretta (ma anche difficilmente sostituibile) verso il realismo. Eppure, nonostante il sesso sia la costante di ogni pagina e, si direbbe, l'unica molla a determinare le azioni dei personaggi, il vero assente di tutto il libro è l'erotismo. Ogni paziente racconta la storia di una solitudine, ogni gioco erotico è un'inutile farsa, ogni amplesso si conclude con una sconfitta.
L'assurdità di queste situazioni è resa stridente dal continuo confronto con il personaggio dello psicologo, presenza implicita durante il racconto delle vicende dei personaggi anche se di tanto in tanto prende la parola come io narrante, che diventa però protagonista in quella che ho definito la "cornice" narrativa. Una forma non grave di autismo emersa durante l'infanzia non gli ha impedito di terminare brillantemente gli studi ma gli ha negato la possibilità di una vita sessuale normale.
Si arriva così a definire il paradossale rapporto fra pazienti e medico, i primi ossessionati dal sesso slegato dai sentimenti, il secondo capace solo di un amore che non oltrepassa mai la soglia della fisicità. Sesso senza amore da una parte, amore senza sesso dall'altra.

giovedì 25 settembre 2014

Breve intermezzo polemico

Solo per fare il punto della situazione.
La libreria in cui lavoro ha chiuso i conti con Messaggerie e Mondadori, vale a dire con metà degli editori italiani il che significa, tanto per essere chiari, che ha comprato da questi distributori un bel po' di libri senza pagarli. E i distributori han detto: i libri te li ho dati? Li hai venduti? No? Allora ridacci i libri e amici come prima. Eh no, abbiam detto noi, i libri non li abbiamo più. Allora li avete venduti? E i soldi che avete guadagnato che fine han fatto? Boh. Stessa storia con qualche distributore minore, ma dei piccoli chissenefrega.
Il mio contratto è di trentotto ore a settimana e non di quaranta come dovrebbe essere. In questo modo la libreria risparmia sui giorni di ferie che mi spettano e sa che se avesse bisogno potrebbe chiedermi di fare ore straordinarie; essendo queste defiscalizzate sarebbero comunque più convenienti di quelle due ore che mancano all'orario pieno. Naturalmente le ore straordinarie vengono fatte tutte in nero col risultato che io ci rimetto i contributi.
L'orario di lavoro è un'indicazione di massima, può variare all'improvviso per esigenze reali del negozio o semplicemente per incapacità organizzativa della dirigenza. Eventuali aperture straordinarie vengono decise all'ultimo momento, sulla base di valutazioni commerciali che suonano più o meno così: "Domani sera Zara è aperto, forse conviene che stiamo aperti anche noi".
Nessuno si stupisce se il personale, appena può, leva le tende. Qui è un continuo viavai e d'altra parte... Ti pagano poco, lavori in nero, non hai orario... un po' alla cinese, con tutto il rispetto.
A fronte di tutto questo quotidianamente mi viene imposto di essere complice con la più grande evasione fiscale legalizzata presente in Italia: le false fatture delle partite IVA. Quotidianamente, lo ripeto, avvocati, architetti, commercialisti, dentisti, imprenditori, truffatori di ogni sorta vengono a comprarsi roba tipo "Schiscetta perfetta", "Il Manuale del Golf", "Topo Tip non vuole il vasino" o il libro del dottor Mozzi e poi si fanno fatturare tutto come "libri tecnici". Così quando portano la fattura al commercialista questo, che sa benissimo cosa sta facendo, scarica tutto perché la gabola l'ho fatta io. Tutto avviene alla luce del sole, i cosiddetti professionisti trovano normale, stando in coda alla cassa, dire a chi di turno "Questi me li fattura come libri tecnici" mentre appoggia sul bancone i volumoni del Trono di Spade. Nessuno si vergogna.
Sfogo finito.

lunedì 9 giugno 2014

Una riflessione sui Flipback

Quando ho proposto questa riflessione al mio capo ho immediatamente letto nel suo sguardo la consepevolezza di trovarsi di fronte ad una gigantesca pippa mentale. La questione è questa. Mondadori ha lanciato la collana "Flipback", libri di dimensioni ridotte, che si aprono e si leggono come un libro normale, solo ruotato di novanta gradi. Si tengono aperti nel palmo di una mano e si sfogliano con lo stesso gesto che si usa per scorrere le schermate di un tablet. Il mio capo è entusiasta. Propone i flipback a quei clienti che sono già passati all'e-reader suggerendo che sono delle stesse dimensioni, sono comodi da portarsi in viaggio e... sono di carta. Molti clienti stanno provando la novità, alcuni dicono semplicemente che nell'e-reader ci stanno mille libri, il flipback è uno solo, e quindi non vedono dove sta il vantaggio. L'idea del mio capo è che il flipback serva per far tornare alla carta i lettori che sono passati al digitale. Io temo invece che sia esattamente il contrario. Uno dei motivi che lega i lettori tradizionali alla carta è in realtà l'abitudine alla forma-libro. Non è tanto il materiale ad essere in discussione quanto il gesto dello sfogliare, oltre naturalmente alla forma dell'oggetto stesso. Insomma, devono aver pensato alla Mondadori, questi maledetti lettori analogici non ne vogliono sapere di passare al digitale perché il passaggio è troppo radicale per essere fatto in un colpo solo. Sarà necessario abituarli piano piano. Ed ecco l'idea: creare un oggetto che è in tutto e per tutto un libro, anzi un "bel" libro (vedere come è rilegato per convincersi), ma allo stesso tempo destabilizziamo un po' il lettore costringendolo ad un gesto diverso, a sfogliare non più da destra verso sinistra ma dal basso verso l'alto. Il lettore avrà ancora tutto: la carta e in generale la forma-libro. Però allo stesso tempo tutto sarà diverso perché la sua postura e i suoi gesti saranno quelli di un lettore digitale. Se il lettore supera il legame che ha con una sola modalità di lettura, quella del libro tradizionale, e si apre a forme nuove, anche se si tratta solo di ruotare il libro di novanta gradi, sarà più facile per lui accettare anche i nuovi supporti digitali. Trovo che questa strategia sia geniale, ancorché diabolica, ma dal punto di vista del libraio che li consiglia i flipback sono un vero suicidio.

mercoledì 4 giugno 2014

Lidia Ravera
Piangi pure
Bompiani 2013


Da più di un anno sto consigliando questo libro. E' strano, visti i tempi editoriali odierni che imporrebbero la sparizione dagli scaffali di un titolo dopo poche settimane; eppure non ho ancora trovato qualcosa con cui sostituirlo, un libro che sia allo stesso tempo leggero ma non banale, scorrevole e introspettivo, scritto bene senza essere inutilmente prolisso. Il che non vuol dire che non ci siano altri libri con le stesse caratteristiche, forse anche migliori. Le mie colleghe hanno letto ottimi libri (l'ultimo di Giorgio Falco, ad esempio, sembra essere un vero capolavoro) ma la qualità di "Piangi pure" è del tutto particolare, faccio fatica a classificarla e forse per questo non riesco ad abbandonarlo al suo destino.
Non è un capolavoro, lo ripeto. Eppure il personaggio di Iris, contraddittorio, incoerente e a volte persino inverosimile, è rimasto impresso nella mia memoria come non accadeva da molto tempo. Il suo sguardo disincantato prima di tutto verso se stessa, la sua vecchiaia, il suo mondo che piano piano è diventato sempre più ristretto ed ormai sembra limitarsi allo spazio compreso tra il suo appartamento e il bar sotto casa, è lo sguardo di una persona ancora pienamente vitale. I suoi giudizi sono sferzanti, le sue frasi pungenti e allusive, i suoi retropensieri hanno la lucidità e l'acume di chi non ha perso l'abitudine di osservare, del genere umano, le due facce speculari del comico e del drammatico.
La trama è semplice ma non prevedibile, la forma asciutta e libera, come richiede il genere diaristico.

mercoledì 21 maggio 2014

Il nostro #librosospeso

Avrete sicuramente sentito parlare del #librosospeso. In poche parole: un giorno un tizio entra in una libreria di Milano, acquista un libro e poi ne lascia un altro, già pagato, per un cliente che verrà dopo di lui. La libraia mette questa cosa sui social e nel giro di qualche giorno tutti ne parlano.
Bene.
Mentre sono lì che cazzeggio su Twitter (ebbene sì) mi imbatto in questa notizia. Mi informo. Il giorno dopo entro in libreria e dico al direttore: ho una bellissima idea da proporvi! E spiego.
La mia collega intraprendente mi spalleggia, ma il direttore non ce la fa, non capisce. E noi cosa ci guadagniamo? Come decidiamo a chi dare il libro? E se poi entra uno pieno di soldi e chiede il libro gratis cosa facciamo, glielo diamo? E ancora: dove li mettiamo? E se qualcuno ne approfitta? Se prendono il post-it del #librosospeso e lo appiccicano su un altro libro? E avanti così. Mi cadono le braccia, e lascio perdere visto che nemmeno i miei colleghi sembrano entusiasti della cosa. Mi limito a twittare un invito ai nostri clienti ad aderire all'iniziativa, naturalmente dopo aver estorto il permesso della titolare, sapendo che non avrebbe capito e avrebbe detto sì.
Dopo qualche giorno viene un giornalista locale e chiede se aderiamo all'iniziativa del #librosospeso. Panico. Il direttore balbetta, sì, vediamo, se qualcuno viene, però non si capisce bene... Risultato: esce un articolo in cui la Feltrinelli sembra aderire con convinzione all'iniziativa e noi, libreria indipendente, subiamo la cosa con molti se e molti ma. Marketing: voto 4.
Passa ancora qualche giorno e quello che doveva succedere succede: entra una cliente e lascia un #librosospeso. Naturalmente lo prendiamo. Ci mancherebbe. E' una vendita. Cosa fai, perdi una vendita? Solo che poi rimaniamo col cerino in mano. E adesso? Dove lo mettiamo? A chi lo diamo? Noi non siamo una libreria dove entra un cliente ogni mezz'ora, noi abbiamo un discreto giro, quando il libro è stato lasciato c'erano tre o quattro persone in negozio... Lasciamolo lì e vediamo.
I giorni passano, i libri sospesi aumentano, ma nessuno se li prende. Nessuno vuol fare la figura del poveraccio? Faccio la mia proposta: domani mattina diamo uno di questi libri al primo cliente che entra in negozio. Proposta bocciata. I libri cambiano posto ma rimangono sempre lì, noi non li diamo, nessuno li chiede.
Alla fine tutto viene ricondotto all'interno delle categorie mentali del direttore e dei suoi seguaci, categorie che sono poche, semplici e concrete: prendiamo i libri, li ricarichiamo, li mettiamo a scaffale e se qualcuno chiede diciamo che li abbiamo già dati via. In pratica possiamo vendere due volte lo stesso libro. Abbiamo trovato il modo di guadagnare con il #librosospeso.

mercoledì 8 gennaio 2014

Riassuntino post-natalizio

Si sarà notato che ogni tanto io mi prendo delle lunghe pause dal blog. L'ultima vacanza è stata forse un po' eccessiva ma a mia giustificazione posso portare alcuni piccoli insignificanti avvenimenti che mi hanno distolto dai miei doveri verso i ventitre lettori del blog, spammer compresi. Un trasloco. Un rinnovo contrattuale (finalmente indeterminato, per quel che conta oggi). Un dicembre col coltello fra i denti (ore lavorate: 247). Varie ed eventuali.
Com'è andato? Peggio dell'anno scorso, meglio di altre librerie. A proposito di altre librerie...
Come avevo raccontato in un post precedente, due mie colleghe quest'estate se ne erano andate a lavorare in una piccola libreria del capoluogo che aveva ambiziosi progetti di espansione e che doveva avere come punto di forza proprio l'esperienza e la bravura di queste due. Bene. A fine anno entrambe sono state licenziate perché la titolare si è resa conto che il fatturato della libreria non permetteva di sostenere la loro assunzione.
Non credo servano commenti e io non riuscirei a farne nemmeno volendo. La libreria in questione è questa, e spero che prima di comprare un libro o spedire un curriculum i miei ventitre lettori ci pensino bene.

martedì 1 ottobre 2013

Nel frattempo, gli editori...

Forse non tutti lo hanno notato ma da qualche anno è in atto, da parte dei grandi gruppi, una strategia editoriale che, nonostante tutti i miei sforzi, continua ad apparirmi incomprensibile. Mi riferisco alla nascita di quelle che, in assenza di definizioni più precise a me note, io chiamo collane sovraeditoriali. Sono collane nelle quali confluiscono quasi esclusivamente ristampe di titoli sicuri, spesso semplicemente i più venduti, ma la loro caratteristica più interessante è il fatto di pescare indifferentemente dal catalogo di più editori.
Nei "Numeri Primi", che per quanto ricordi è stata la prima collana di questo tipo (e comunque la più invasiva) sono uscite nuove edizioni dei pezzi forti di Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling e Frassinelli. In pratica un dream team che manda in campo in un colpo solo Giordano e Volo (Mondadori), Murakami e Nesbo (quest'ultimo passato da Piemme, che lo ha scoperto, a Einaudi), Hosseini e Brosio (sì, Brosio vende bene, è inutile fare ironia) e persino la Sveva, come la chiamano dalle mie parti. La grafica, come in ogni collana, tende ad essere uniforme, con le dovute eccezioni. E proprio qui, nella grafica, si nasconde credo il senso di tutta l'operazione: guardando i "Numeri Primi", così come i neonati "Pickwick", è praticamente impossibile distinguere l'editore di appartenenza.
Prima di proseguire sarà opportuno un chiarimento. I non addetti ai lavori potranno domandarsi leggittimamente come sia possibile che editori in concorrenza fra loro possano rinunciare alla visibilità del proprio marchio per annullarsi in un'alleanza che non sembra portare alcun beneficio a titoli già di per sé molto forti. In realtà tutti questi editori fanno parte di un unico grande gruppo editoriale, il gruppo Mondadori, e pur sopravvivendo le specificità dei singoli soggetti e non mancando la concorrenza (e i colpi bassi, come nel caso citato di Nesbo), si può tranquillamente dire che le strategie editoriali sono ben coordinate. Prova ne sia l'uscita a distanza di un mese abbondante di Dan Brown e Kaled Hosseini, un palese patto di non belligeranza tra Mondadori e Piemme.
Giusto perché non si creda che ce l'ho con Mondadori, ricorderò che anche Rcs, altro gruppo editoriale cui fanno capo Rizzoli, Bompiani e Adelphi, è ricorso allo stesso stratagemma quando ha lanciato la collana "Vintage". Il gruppo Messaggerie non ha avuto bisogno di inventarsi una nuova collana dato che ormai la narrativa di Garzanti, Longanesi, Nord, Leggere, Fanucci e compagnia, complici anche le fascette che nascondono marchio e nome dell'editore, sono praticamente indistinguibili. Feltrinelli, il quarto grande gruppo editoriale italiano, è arrivato per ultimo ma ha giocato il carico. La sua collana si chiama... Feltrinelli, e coinvolge Voland, l'editore della Notomb, e Fandango se non ricordo male; e così, giusto per non passare inosservati, hanno dato ai libri una forma quasi quadrata che da mettere nello scaffale è una meraviglia. Però c'è da dire che in quest'ultima collana escono solo novità, per ora.
Si vede bene, anche da un'analisi sommaria come questa, che non siamo di fronte all'iniziativa estemporanea di qualche direttore editoriale impazzito; questa è una tendenza precisa, inequivocabile e a quanto pare largamente condivisa, la perdita cioè dei propri tratti distintivi (solo a livello grafico, certo, ma cosa resta a distinguere certi editori se non la grafica?) per annullarsi in un pastone di bestseller tutti uguali. Fin qui mi è tutto chiaro. Quello che non riesco a capire è l'obiettivo finale di questa operazione. Se, come credo, stiamo andando verso una drastica e dolorosa semplificazione, potremmo assistere a breve ad un processo imprevisto per cui a soccombere non saranno i piccoli editori, ininfluenti nel grande gioco editoriale italiano, quanto piuttosto i pesi medi, quelli con un grande passato alle spalle ma un'identità difficile da definire nel presente. Forse il fatto che Baldini abbia chiuso i battenti liberando i suoi pezzi da novanta (Faletti e Busi) fa parte della stessa strategia. La tanto temuta perdita di bibliodiversità sta avvenendo sotto i nostri occhi non per colpa della crisi o della scarsa propensione all'acquisto di libri degli italiani, ma più banalmente per una semplice legge di mercato che impone a chi è grande di crescere sempre di più a spese dei suoi concorrenti. Fino al crollo.

giovedì 19 settembre 2013

Non c'è due senza tre

Mi rendo conto che ci sarebbero tantissimi argomenti interessanti di cui occuparsi, soprattutto ora che iniziano ad arrivare in libreria le prime vere novità, si tirano le somme dell'estate passata e si incomincia a pensare a Natale. Eppure anche stavolta ho deciso di occuparmi di questioni personali, rimandando a momenti più sereni le questioni, diciamo così, tecniche.
Non molto tempo fa (per i miei standard significa un paio di mesi fa, tradotto in numero di post direi non più di tre) ho raccontato la storia della mia ormai ex collega che aveva deciso di trasferirsi in una piccola libreria suscitando in me non poche perplessità. Bene, riprendiamo da qui.
Naturalmente io non mi ero tenuto per me le mie considerazioni disfattistiche sul futuro delle librerie, dei libri e del mondo intero. Tra le altre, ne avevo parlato con una delle colleghe anziane, per quanto più giovane di me, ed anche a lei avevo espresso le mie preoccupazioni per la scelta della nostra collega. Dopo neanche un mese anche questa seconda collega ha comunicato la sua decisione di andarsene, con destinazione niente meno che la stessa libreria della prima. Campagna acquisti faraonica da parte della concorrenza visto che si è accaparrata due bravissime libraie e per giunta ottime lettrici, e danno incalcolabile per noi.
Commento di mia madre: non farete fatica a trovare qualcuno, con tutta la gente che cerca lavoro...
- Sì, ma non tutti sanno fare i librai...
- Ah? Perché, cos'è che bisogna saper fare?
Sono giorni strani. Il periodo delle ferie è così, manca sempre qualcuno per un po' di tempo, poi torna e va via un altro, e c'è sempre quel lavoro ingrato che nessuno fa perché tanto "quando torna lo faccio fare a Tizio". Ecco, adesso è come se le nostre colleghe fossero in ferie, non ci sono ma per noi non è ancora cambiato niente.
Tutto questo ha fatto passare in secondo piano il fatto che l'ultimo arrivato, cioè io, fosse in scadenza di contratto. Certo, ovvio, dopo le due defezioni è inutile fare gli ingenui, il mio rinnovo è quasi sicuro. E siccome adesso sono deboli, ho confidato a una collega, è il momento di andare dai capi e andarci giù duro con le richieste, e per prima cosa bisogna chiedere... soldi!
Lo so, discorso effimero, ma sono convinto che sia giusto alimentare il malcontento nelle truppe quando le cose vanno male, perché i capi ti portano alla rovina e solo la rivolta dei soldati può salvarti la vita. Un po' Corazzata Cotionkin, ma rende l'idea. Un paio di giorni dopo questa stessa collega mi chiama e mi dice che ha trovato lavoro in una scuola, e quindi se ne va.
E siamo a tre.

martedì 6 agosto 2013

Gran Turismo

Il cliente del settore turismo è una categoria a parte. Compra solo Lonely Planet e se non c'è la Lonely piuttosto esce senza e non serve a niente avere una parete di guide turistiche alternative. Il cliente del settore turismo è un partigiano, la sua è una scelta di campo: Lonely, solo Lonely, sempre Lonely. Inutile cercare di spiegare che la Guida Verde del Touring è una spanna sopra, che le Lonely vanno bene per il turista della domenica e poco più... Anzi, più che inutile, pericoloso. Si rischia l'aggressione. Certo, stai dando della capra a un cliente, non è che ti puoi aspettare che ti dia ragione...
Alcuni comprano una guida turistica per andare a Santorini. Ora, con tutta la buona fede di questo mondo... a cosa serve una guida turistica a Santorini?
Altri invece chiedono, come se fosse la cosa più normale, guide turistiche per posti assurdi, cose che pensi: ma ci vai in vacanza o stai scappando dai creditori? Kuala Lumpur, Bangkok, Sydney... E poi stanno a guardare il prezzo, chiedono se c'è lo sconto. Cosa fai, spendi tre o quattro dei miei stipendi solo per il viaggio e poi chiedi lo sconto per la guida? Ma allora sei anche tu un poveraccio come me! Sei povero dentro!
E poi ci sono quelli che siccome non vogliono andare dove vanno tutti, si inventano il viaggio su misura, quello che tocca Austria, Svizzera e Germania, in moto, tanto per fare un esempio reale. E poi, dopo che hanno organizzato tutto (!) vengono a chiedere se c'è una guida che ricalca il loro itinerario. A questi fatico veramente a non rispondere che le guide su misura non le hanno ancora inventate.
Sospetto, ma non ne ho le prove, che ci siano anche i collezionisti di guide, ovviamente sempre Lonely Planet. Non mi spiego altrimenti le richieste tipo: sei mesi fa mi avete detto che doveva uscire la nuova edizione del Sudafrica... Cosa fai, aspetti ad andare in Sudafrica finché non esce la nuova guida? E comunque, vogliamo parlare dell'ossessione per l'ultima edizione? No, vero?
E' proprio vero, come avrebbe detto mia nonna, che la gente non sa più dove andare. Non voglio fare il qualunquista e dire che c'è la crisi e le autostrade sono piene o cose del genere. Però, per quelli che ancora se lo possono permettere, sembra che il mappamondo sia diventato un catalogo un po' limitato. Quando qualcuno mi chiede una guida per un posto strano e io sono senza, non manco mai di fare la battuta: "Eh... si vede che quest'anno andate tutti lì!". Rido solo io. Mi accontento di poco.
Io mi sto inacidendo, lo so. Non è solo colpa di questo lavoro, anzi forse il lavoro non c'entra niente, ma finisce che dei clienti vedo solo gli aspetti negativi, e tutti, salvo rare eccezioni, si portano in negozio qualcosa che me li rende insopportabili.
E' facile pensare che questi del settore turismo siano annoiati da tutto e sempre in cerca di qualcosa che pensano di trovare dall'altra parte del pianeta; ma ho paura che non sia questo romantico senso di insoddisfazione ad animarli. In queste persone io vedo solo il vuoto, un vuoto che loro per prime non sembrano affatto preoccupate di riempire. Viaggiano per avere qualcosa da raccontare, ecco tutto, con lo stesso spirito con cui vanno al ristorante, guardano un film o... leggono un libro. Non è l'esperienza in sè ad essere significativa ma il racconto dell'esperienza, quei quindici minuti di protagonismo che ti garantisce l'essere uscito dalla tua vita ordinaria per accostarti a quella straordinaria che tutti (?) sognano.
Fateci caso: nessuno ha mai il coraggio di ammettere che i posti che ha visto non gli sono piaciuti, che il viaggio è stato inutile, che insomma le cose non sono andate come avrebbe voluto. E soprattutto nessuno fa un viaggio in segreto, senza dirlo a nessuno o peggio ancora, dicendolo ma senza raccontarlo al ritorno. Questo la dice lunga sul significato del viaggio contemporaneo.
Quando poi torni non hai niente su cui riflettere perché non è successo niente di inaspettato, tutto è andato come previsto, la vacanza è riuscita bene. Sapevi già cosa avresti visto, lo hai visto, lo hai anche fotografato, e adesso me lo fai vedere. L'imprevisto non ha spazio, perdersi non è contemplato, cambiare itinerario si può solo se si è deciso prima. Tutto è organizzato, a partire dal tempo, dalla durata del viaggio che deve essere stabilita a priori: spesso il giorno dopo si deve tornare al lavoro.
L'uomo di oggi vive di organizzazione, chi non si sa organizzare è un fallito in partenza. Anche la nascita ormai è organizzata, mica puoi nascere all'improvviso, e tra poco organizzeremo anche la morte, così sarà più facile organizzare quello che c'è in mezzo.
Ma questo discorso mi sta portando troppo lontano, meglio darci un taglio. Comunque buone vacanze, e buon viaggio a tutti!

martedì 23 luglio 2013

Progetti ambiziosi

Oggi è andata che ho preso sei treni diversi e nessuno era in orario. Il primo, questa mattina abbastanza sul presto, ha rischiato di non arrivare mai. Potete immaginarvi come sono sceso dal sesto questa sera, verso le 20.40.
In mezzo, una normale giornata di lavoro: il capo mi stampa una resa Mursia, io mi ci metto di buona lena, intanto servo i clienti, carico qualche rifornimento, faccio due parole con le colleghe, e arrivo comodo nel tardo pomeriggio con la resa contabilizzata, inscatolata e pronta per essere autorizzata. A questo punto la palla passa alla mia collega che si occupa delle autorizzazioni (non sono ancora riuscito a far capire al capo che questa cosa non è niente di straordinario, una telefonata al rappresentante la posso fare anch'io, l'ho sempre fatto, ma insomma, ognuno ha il suo ruolo e io non voglio rompere gli equilibri, capirai...).
Così la notizia non mi arriva direttamente: il magazzino è chiuso e la resa parte a settembre. Che fare? Niente, riapri i pacchi, rimetti a posto i libri e annulla la resa. Fine della mia giornata di lavoro.
Così adesso non ho neanche la forza di mettermi ai fornelli. La scelta è: festa di Sel o pizzeria. Pizzeria vuol dire aria condizionata, mi dispiace per Sel ma stasera sto con la borghesia. Il pizzaiolo è del mio paese, ha la mia età e alla fine scambiamo due parole.
Chissà perché quando parliamo con qualcuno che non vediamo da tanto tempo cerchiamo sempre di dimostrare interesse verso il suo lavoro, e ne veniamo immancabilmente ricambiati. Io gli chiedo com'è andata la Notte Bianca (la pizza in piazza, cose così); poi è il suo turno. Mi dice di aver iniziato un libro che parlava di cibo (penso alla Parodi), che parlava di farina (no, forse Mozzi), del fatto che sono tutte balle quelle che ci raccontano («Ah, sì, "Le bugie nel carrello"», dico io) ma di averlo abbandonato dopo poche pagine. «Ma adesso - conclude - voglio mettermi d'impegno: a settembre mi piacerebbe proprio leggere un libro intero!». Colpo di grazia.
Gli ho fatto i miei migliori auguri per il suo progetto e sono uscito pensando, chissà perché, ai progetti di promozione alla lettura. Bei risultati.

mercoledì 17 luglio 2013

Una mia collega è appena tornata dalle ferie e ci ha annunciato, tutta contenta, che a fine mese se ne va. Ha trovato lavoro in una piccola libreria, aperta da poco e con poco personale. Dato che io e lei abbiamo parlato spesso di come vanno le cose nell'ambiente, mi sono molto stupito della sua scelta. Certo, non è che il posto dove siamo sia una botte di ferro: stipendi a singhiozzo, straordinari non pagati, flessibilità oraria praticamente totale, tutto dovuto e se le cose vanno male la colpa è nostra. Tutti i negozi funzionano così e con la scusa della crisi le cose stanno peggiorando. Non c'è riforma del lavoro che tenga, o contratto, o sindacato che possa intervenire nel momento in cui il tuo superiore ti viene vicino e ti dice che ha bisogno che ti fermi un ora in più e quest'ora la recuperi quando si può, cioè forse fra tre mesi. Cosa fai, dici di no? Lo sai che siamo tutti sulla stessa barca e che se rifiuti metti in difficoltà tutti?
Se queste sono le cose che non ti stanno bene, le ho sempre detto, allora non ti illudere perché in qualsiasi altro negozio troverai una situazione uguale, se non peggiore. Figuriamoci in un piccolo negozio, col proprietario che ti sta sempre addosso e guarda l'incasso ogni dieci minuti.
Ecco perché mi ha stupito la sua scelta. Sono molto preoccupato per lei perché è una di quelle che crede nel mestiere di libraio, che difende il libro di carta "perché ha qualcosa in più", insomma una un po' idealista. Io vedo un mercato del libro che si sta trasformando rapidamente, i negozi chiudono e tutto si sposta on line, le recensioni, i consigli, gli acquisti. I lettori diventano i librai del futuro, danno consigli sui social, determinano la fortuna di un libro indipendentemente da quello che succede nelle librerie fisiche. La parte tecnica del nostro mestiere (conoscere gli editori, chi li distribuisce, saper fare una bolla di carico o una resa) tra poco non servirà più a niente perché i libri passeranno direttamente dall'editore al lettore.
Insomma io non vedo un grande futuro per questo mestiere. Secondo me avrebbe fatto molto meglio a restare dov'era, oppure a cercarsi un lavoro diverso, ma una piccola libreria no. Tutto ma la piccola libreria di quartiere proprio no!

giovedì 20 giugno 2013

mercoledì 22 maggio 2013

Dan Brown
Inferno
Mondadori 2013

In molti faranno l'errore di abbandonare questo libro dopo cinquanta pagine. E come biasimarli?
L'inizio è del tutto improbabile e bisogna essere molto indulgenti per non chiudere tutto dopo la fuga dall'ospedale. Tuttavia, lo dico subito, chi avrà la pazienza di arrivare a pagina 400, o giù di lì, si troverà di fronte al colpo di scena, il primo di tutto il libro, e forse rivedrà il giudizio anche su alcuni passaggi un po' forzati delle pagine precedenti. Intendiamoci: niente giustifica un momento come quello dello scambio della parrucca. Però devo ammettere che la parte finale del romanzo rimette un po' le cose a posto. L'impressione finale è che la trama sia stata ben congegnata per ottenere l'effetto sorpresa e, devo ammetterlo, con me ha funzionato. Mi è sembrata una buona idea anche iniziare il romanzo con Langdon che perde la memoria degli ultimi due giorni; questo lo costringe a compiere un'indagine a ritroso per capire come mai si trovi ora inseguito da tutti e con una ferita di pallottola in testa. I vaghi ricordi riaffiorano sotto forma di sogni, rendendo questa sorta di premonizioni qualcosa di concreto su cui lavorare. Come al solito il ritmo è serrato, tutta l'azione si svolge nel giro di ventiquattro ore.
Il libro si legge bene anche perché gratta gratta le cinquecentoventi pagine del volume si ridurranno si e no a trecento quando uscirà il tascabile: ampi margini, spazi bianchi a fine e inizio capitolo, insomma tutto quanto serve per giustificare la spesa folle di venticinque euro. E poi i capitoli non sono più lunghi di quattro pagine, giusto il tempo di qualche stazione di metro, il quarto d'ora avanzato della pausa pranzo, i dieci minuti prima di andare a dormire. Dovete credermi, l'ho letto in una normale settimana lavorativa, senza particolare impegno.
Da ultimo, visti i precedenti, c'è da ringraziare "e cielo e terra" che ci siano state risparmiate le interpretazioni fanta-esoteriche della Commedia, alla "Codice da Vinci".
E con questo finiscono le cose positive di "Inferno".
A livello di editing è stato fatto un errore grossolano nel non usare un carattere diverso per distinguere i pensieri dei personaggi dai dialoghi, limitandosi a usare due tipi diversi di virgolette. Non si capisce niente, anche perché la scrittura di Dan Brown non aiuta a fare chiarezza.
Dire che il primo colpo di scena arriva a pagina 400 è un modo per dire che tutto quello che avviene prima è ampiamente prevedibile per un normale lettore italiano. Un americano forse avrà qualche difficoltà a sciogliere l'enigma CATROVACER, ma per un professore di storia dell'arte che è stato spesso in Italia e che legge Dante, e dunque si suppone conosca piuttosto bene l'italiano, è veramente inconcepibile che servano più di quaranta pagine per trovare la soluzione. Per non parlare del numero di pagine che gli servono per recuperare un testo della Divina Commedia da consultare e tutto questo perché Langdon, che tiene regolarmente corsi universitari su Dante, non ricorda il contenuto del Venticinquesimo del Paradiso. Il personaggio di Langdon è frequentemente in contraddizione culturale con sè stesso: conosce i particolari, ricorda i passaggi segreti dei palazzi, riconosce edizioni rare della Commedia ma cade su cose che si trovano su qualunque manuale di storia dell'arte, non ultima la pericolosa classificazione di Vasari come artista del Rinascimento.
Questo è un problema che il personaggio di Langdon si porta dietro da quando è nato. Ricordo solo a titolo di esempio, in "Angeli e Demoni", il suo stupore nello scoprire che in Santa Maria del Popolo a Roma c'è un'opera di Raffaello.
Il fatto è che Dan Brown ha creato un esperto di arte che non riesce a gestire perché è lui stesso a sapere poco o niente di arte, in particolare di arte italiana, e sul quale però continua ad insistere avendo costruito su di lui la sua fortuna.
Naturalmente non è solo Langdon a risentire di queste lacune. Ogni volta che il narratore azzarda qualche giudizio critico su un'opera, sia pure solo un aggettivo, o è banale ("famoso" è sicuramente il più frequente) oppure scrive grandiose stupidaggini. Alcune descrizioni fanno rimpiangere le Guide Verdi del Touring e comunque nessuna va al di là del compitino. Immagino che gli americani, che ancora sognano "Vacanze romane", si possano esaltare per così poco; noi italiani abbiamo il dovere di essere molto più esigenti.
Anche la trama, nonostante le qualità di cui ho dato conto prima, non è esente da pecche. Il testo che Langdon trova sul retro della maschera inizia con una citazione letterale di Dante ma prosegue con versi dalla metrica zoppicante (troppo difficile farsi scrivere qualche endecasillabo da un italiano?); i versi sono scritti in forma di spirale e ci si aspetterebbe, visto che il professore è esperto in simbologia, che questa spirale nasconda chissà quale segreto... invece niente. Così come non ha nessun riscontro nel testo la tanto pubblicizzata trovata dell'anagramma del giorno di uscita del romanzo che dà come risultato il Pi greco (3,1415).
Ma la mancanza peggiore riguarda proprio l'elemento su cui si basa tutto il romanzo, ovvero la presenza incessante di riferimenti alla Divina Commedia. In realtà non esiste alcun legame logico fra il progetto distruttivo del "cattivo", le sue motivazioni, la sua realizzazione e il testo dantesco. L'unica giustificazione che viene data è la passione che il "cattivo" nutre per Dante e la sua opera, tutto si riduce a questo. L'"Inferno" non ispira le sue azioni ma è soltanto la chiave per risolvere tutti gli enigmi che di volta in volta crea per... Ecco un'altro grosso problema: perché il "cattivo" ha creato questa caccia al tesoro a tema? La motivazione, che viene svelata più o meno verso la metà del libro, è sconcertante: voleva permettere a una certa persona (che per altro non avrebbe alcun motivo per conoscere Dante e la Commedia, trattandosi di un medico) di raggiungere il luogo in cui "il mondo è stato cambiato per sempre". Ma, a creare ulteriore confusione, si scoprirà alla fine che l'evento attorno a cui ruota tutto il romanzo sarebbe dovuto succedere molto prima del previsto, dunque perché nascondere "sotto 'l velame de li versi strani" qualcosa che non corre il rischio di essere evitato visto che è già successo e che, soprattutto, si vuole far scoprire, anche se in ritardo? A questo punto mi tocca rivalutare anche l'ambizioso "Catone", romanzo della Asensi di qualche anno fa, molto più strutturato sul poema dantesco anche se crollato verso la metà.
Nel tentativo di non svelare il finale non sono stato molto chiaro, me ne rendo conto. Abituatevi, se decidete di leggere "Inferno".

domenica 19 maggio 2013

Oggi le mie colleghe mi hanno segnalato un bellissimo articolo di Roberto Napoletano sul Domenicale del Sole 24 Ore. Lo leggo e mi trovo catapultato ancora una volta in un mondo che non è il mio. E' il solito lamento nostalgico di chi ama annusare i libri e che deplora il fatto che di tanto in tanto una libreria chiuda. Di chi cita per nome i proprietari delle librerie che frequenta e che sono sparse per l'Italia. E io questi discorsi non li sopporto più.
Ho conosciuto Roberto Napoletano qualche anno fa, quando venne in negozio per assicurarsi che il suo libro appena uscito fosse stato esposto adeguatamente (e se ne andò senza sapere che era stato tirato fuori dagli scatoloni in fretta e furia e solo grazie al suo arrivo); temo che il rapporto fra autori di libri e librerie non vada molto più in là di così, altro che girare per toccare e annusare. Ho avuto come clienti abituali comici, attori, cantanti, presentatori televisivi, psicologi, politici chiacchierati e persino un ex ambasciatore, ma un solo giornalista (firma autorevole del Corriere) e nessuno scrittore. I giornalisti veri credo non abbiano tempo né denaro per passare le ore in libreria; gli altri sono quelli che ricevono pile di libri omaggio dagli editori che sperano anche solo in una citazione (e nessuna citazione è casuale, mettetevelo in testa). Per questo sono sempre un po' perplesso quando sento i giornalisti fare questi discorsi.
Faccio poi notare che le librerie citate da Napoletano non rientrano certo nella categoria "piccola libreria di quartiere": in alcuni casi stiamo parlando di gente che è proprietaria di quattro o cinque negozi, gente che ha alle spalle patrimoni da far paura e che se decide di chiudere non lo fa perché è costretta ma solo perché non ha più interesse ad investire e preferisce godersi le rendite dei suoi immobili.
Paradossalmente l'immagine di libreria che si ricava da quest'articolo, che si basa su premesse quantomeno discutibili, è tuttavia la più vicina alla realtà. Per questi intellettuali da terza pagina le librerie sono ormai dei parchi di divertimento per adulti, un passatempo per quel che resta della pausa pranzo, posti dove si va a fare un giro. Dispiace che chiudano perché non si potranno più annusare i libri, perché i vecchi lirai di una volta ormai ricchi sfondati non avranno più un posto dove mostrare ai giornalisti amici le copie della loro ultima fatica.
E con argomenti come questo vorreste difendere il mio posto di lavoro?

sabato 4 maggio 2013

Dice: il problema è che oggi non c'è più la capacità di distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato e c'è molta confusione persino sul significato di giusto e sbagliato, e qualcuno dice anche che giusto e sbagliato non esiste, è soggettivo. E allora questo post serve per mettere in chiaro che:

E' SBAGLIATO
fare la scorta di romanzi per l'estate e poi quando si va alla cassa chiedere di fatturare tutto alla ditta mettendo come causale "acquisto di libri tecnici" (su questa cosa spero di tornarci perché mi manda veramente in bestia);

E' SBAGLIATO
stare mezz'ora nel settore turismo, spulciare tutte le guide turistiche su Budapest (quest'anno va Budapest), prendere appunti su indirizzi e orari, fare fotografie col cellulare delle schede più interessanti... e poi uscire dicendo che volevate solo farvi un'idea!

E' SBAGLIATO
chiedere se per favore si può avere un foglietto e magari una biro che devo segnarmi una cosa e poi fottersi la biro;

E' SBAGLIATO
girare tutta la libreria, guardare, sfogliare, scellophanare, fare una lista dettagliata dei libri che interessano e poi andare a casa e ordinarli su Amazon.

Fine dello sfogo, grazie.

lunedì 29 aprile 2013

Diego Galdino
Il primo caffè del mattino
Sperling & Kupfer 2013

Accompagnato dalla disapprovazione delle mie colleghe mi sono portato a casa questo libro. Perché lo fai? mi hanno chiesto preoccupate e io, che volevo solo leggere qualcosa di leggero, anche un po' romantico, e mi divertiva il fatto che fosse ambientato a Roma, da dove manco da troppo tempo, alla fine mi sono giustificato dicendo la cosa più stupida: se ne parla su Twitter...
Il che era anche vero, e mi serva da lezione.
Ho capito subito che l'impresa sarebbe stata dura, ma avevo dalla mia una ferma determinazione a portare a termine l'impresa ad ogni costo pur di potermi presentare dalle colleghe e dire trionfante: devo dire che non è per niente male! e guadagnarmi così un po' di rispetto dopo una serie di letture che, lo ammetto, hanno minato la mia credibilità di libraio (ho letto un Newton e un Salani, e non aggiungo altro).
Avrei chiuso un occhio su tutto, lo ripeto, ma a pagina 90 è successo qualcosa di irreparabile che mi ha costretto a mettere da parte l'indulgenza e prendere in mano la frusta.
"Ma un rumore lo avvertì che qualcuno stava entrando nel bar, qualcuno con due occhi verdi che non gli bastavano mai, e siccome l'amore ha l'amore come solo argomento, Massimo si dimenticò della domanda che stava per fare..."
Copiare De Andrè. Plagiare De Andrè. Non si può. Non si fa. Che poi non sapremo mai se quel verso è di De Andrè o di Fossati, ma questo è un altro discorso. E allora veniamo a noi.
La prima cosa evidente è che non c'è alcun tentativo di definizione dei personaggi né dal punto di vista psicologico né tantomeno fisico. Tutto quello che sappiamo di Genevieve, la protagonista femminile, è che ha capelli biondi, lentiggini e onnipresenti occhi verdi (ogni volta che entra in scena ci viene ricordato il loro colore). Del protagonista maschile non sappiamo niente, solo che è "belloccio come pochi" (definizione della sorella, p. 19). Proseguendo nella lettura Massimo, questo il suo nome, diventa veramente indecifrabile. Tralasciamo il fatto che sul retro di copertina sia definito "scapestrato" senza alcun riscontro nel racconto; quello che fa e che dice lo qualificano irrimediabilmente come il classico timido impacciato, imbranato con le donne ma "uomo da sposare" (sempre definizione della sorella). Se non fosse che a metà del libro veniamo a sapere che "Massimo era un uomo di mondo e aveva la sua esperienza" (p. 146). Un uomo di mondo? Uno che lavora dalla mattina alla sera e per rilassarsi prima di andare a letto... guarda la televisione? Sarà... Fatto sta che con due righe l'autore pensa di ricostruire il personaggio e rendere credibile la notte d'amore che i protagonisti passano sulla terrazza del palazzo (sul cemento). Ovviamente non basta.
I personaggi di contorno sono praticamente solo nomi associati a un mestiere: Gino il macellaio, ad esempio. Fortunatamente il vezzo di mettere tra parentesi il caffè preferito da ognuno viene presto abbandonato; forse nelle intenzioni dell'autore dovrebbe servire per definire meglio il carattere degli avventori, ma visto che di carattere proprio non si può parlare...
La vicenda si svolge a Roma, per la precisione nella piazza di Santa Maria in Trastevere. I protagonisti si allontanano raramente e quelle poche volte sembra stiano seguendo un itinerario del Touring: Fontana di Trevi, l'isola Tiberina... I personaggi secondari devono necessariamente far sentire qualche accenno di romanesco ma l'effetto è piuttosto forzato, come quando qualcuno che parla abitualmente in italiano usa qualche espressione dialettale per darsi un tono. Pensandoci bene: Lino, Alfredo, Gino, Rina, Antonio, Franco... Ma siamo a Roma o a Milano? E poi che razza di lavori: l'idraulico, il falegname, la sarta, la fioraria, il pasticcere... Al confronto la Parigi di Ameliè sembra uscita da un servizio di Santoro.
Insomma, per sintetizzare, in questo romanzo non c'è una cosa che sia riuscita. Personaggi stereotipati e dai nomi banali; nessuno che faccia nulla se non fare e bere caffé nell'unico bar di Trastevere chiuso la domenica (ma quando mai?); nessuna volontà di descrivere personaggi o situazioni rifugiandosi piuttosto nell'evocazione di emozioni e ricordi del lettore garantita dal ricorso a canzoni, film e libri. Dialoghi perlopiù inconcludenti, con abissi di imbarazzante vaquità nella sequenza della lettura del diario. Stendiamo un velo pietoso sulla trama.
E complimenti a Catena Fiorello che con la sua fascetta ci toglie il dubbio se sia il caso di leggere i suoi libri.
Ho notato che molti scrittori si rifanno alla loro esperienza professionale per scrivere il loro romanzo d'esordio ma troppo spesso si dimenticano che scrivere significa avere una storia da raccontare, e sarebbe già qualcosa, e poi saperla raccontare, che è tutto un altro paio di maniche.
Dimmi che caffè bevi e ti dirò chi sei? Mi dispiace, la letteratura, come la realtà, è molto più complicata.

PS. Se qualcuno alla Sperling avesse letto il libro forse avrebbe scelto un titolo diverso e si sarebbe evitata una frase come questa nel risvolto di copertina: "Ogni mattina, all'alba, [Massimo] attraversa le vie della città ancora addormentate, dove si sente il profumo del pane appena sfornato, e raggiunge il suo bar. Lì lo aspetta il primo caffè della giornata, quello dall'aroma più intenso, e dal sapore più buono..."; come dice più volte l'autore per bocca del suo protagonista, il primo caffè della giornata si butta, per tradizione. E poi tutti sanno che il primo caffè non è mai troppo buono, un po' come i libri.

martedì 2 aprile 2013

Contro le fascette

Da quando frequento il reparto di narrativa sono diventato ancora più insofferente nei confronti delle fascette. Nella libreria precedente avevo a che fare con libri di saggistica e bene o male la fascetta era limitata. La trovavi quasi solamente sui libri di giornalisti famosi e la trattavi come un ospite indesiderato: sopportavi finché non ne potevi più, e allora la facevi sparire. Una mia ex collega strappava fascette come certe persone fanno scoppiare le palline di cellophan, in modo automatico e quasi compulsivo. Ricordo che alla fine dell'inventario sul pavimento rimanevano i cadaveri di tutte le fascette che si erano trovate involontariamente fra il lettore ottico e il codice a barre del libro. Ho sempre considerato la fascetta come un semplice ostacolo al mio lavoro, mai come veicolo di informazione.
La fascetta, come detto, si piazza sempre sul codice a barre, come se ne fosse attratta da una calamita. Voi direte: vabbè, basta spostarla un po'... Sì, se fosse per un libro. Ma quando devi fare una resa, magari pesante, di quelle che si fanno adesso, e devi spostare un po' la fascetta di quattro o cinquecento libri, capisci che un po' ti prudono anche le mani. Come se non bastasse ci sono editori che pensano che il vero valore del libro non sia quello espresso in euro, parlano del contenuto, del valore intrinseco... e per sottolineare questa loro lontananza dal vile denaro stampano il prezzo del libro nel risvolto interno della sovracopertina. Già questo è fastidioso per il libraio che deve caricare i libri e controllare il prezzo; diventa imbarazzante quando, davanti a certi clienti che non vedono il prezzo dove si aspettano che sia, il libraio è costretto a mostrare loro quanto siano inadatti al mondo contemporaneo e globalizzato semplicemente aprendo il libro. La fascetta, in questi casi, è il colpo di grazia.
Come detto, da un po' di tempo a questa parte le fascette sono così tante che toglierle è diventato un lavoro sfiancante. L'altro giorno osservavo lo scaffale dei romanzi Garzanti: tutti, dico, tutti con una fascetta gialla. Sembrava di guardare lo scaffale di una biblioteca, con le etichette in costa per la segnatura. Poi, quando escono le novità, capita anche di leggere cosa ci scrivono sopra. Ecco: la fascetta è una zona franca, dove poter dire quello che si vuole, dove chiunque può spararla grossa tanto si sa che è una fascetta e nessuno ci crede.

cvc

domenica 27 gennaio 2013

Lezione di pedagogia

Lezione di pedagogia di due delle mie colleghe.
Arriva in cassa un bambino che stringe in mano un libro, lo sventola evidentemente soddisfatto dell'ennesimo successo dei suoi capricci, sgomita, per quanto può, si fa largo tra la gente in coda (sì, gente in coda alla cassa, e allora?) e urla, con quella vocina acuta che solo oggetti così piccoli e di solito inanimati possono produrre un imperativo "Devo pagare!", tra l'orgoglio dei genitori e i sorrisi dei clienti in coda.
La mia collega in cassa non lo guarda nemmeno e scandisce col massimo distacco: "Qui c'è la fila, mettiti in coda e quando è il tuo turno puoi pagare".
Gelo di tutto il negozio.
Il bambino, forse preso in contropiede da questa inaspettata manifestazione di indifferenza ai propri bisogni primari, si incolonna ordinatamente nella fila dell'altra collega in cassa (ho provato una volta a chiamarle "cassiere", per poco non mi menavano...), pensando di avere miglior fortuna. Arriva il suo turno. Passa il libro alla collega e nel mentre non perde occasione per attaccarle un bottone che neanche i pensionati della domenica, e si sgola come se dovesse farsi sentire fino in piazza. La mia collega lo guarda e gli urla letteralmente sulla testa, vista la differenza di statura: "Oh, non sono mica sorda, smettila di gridare!".
Inutile dire che da questa esperienza potenzialmente traumatizzante il piccolo non ha riportato né conseguenze né miglioramenti rispetto alla sua idea deviata di comunicazione. I genitori se ne sono usciti soddisfatti di avere un figlio che sa farsi valere. I clienti, se ancora avevano dei dubbi, adesso sanno con chi hanno a che fare. Due a zero per noi.