Non lo so. Sarà che siamo in periodo di CUD e solo adesso mi rendo conto di quanto il mio stipendio sia vicino alla soglia di povertà; sarà che essendo un lavoratore dipendente pago tutte le tasse fino all'ultima goccia di sangue; sarà che a differenza del popolo delle partite IVA io non "scarico" praticamente niente (mentre loro scaricano anche l'aria che respirano). Non lo so.
Fatto sta che queste cose mi mandano letteralmente in bestia, al punto che ho deciso di usare la gogna mediatica di internet per dare libero sfogo alla mia frustrazione.
In data 31 marzo 2011 sono stato in una rinomata e frequentatissima copisteria della mia città per ritirare delle fotocopie che mi aveva lasciato un'altra persona. Conoscendo la copisteria ed il loro modo di fare quello sarebbe stato l'ultimo posto dove avrei lasciato delle fotocopie da ritirare ma conoscendo anche la persona che mi aveva coinvolto in questo intrallazzo non mi sono stupito più di tanto.
Sono entrato, ho detto ad una delle commesse quello che mi serviva e lei mi ha messo in mano un plico di fotocopie, rilegate con la spirale, e mi ha detto che in totale facevano dodici euro.
Praticamente ci compravo un romanzo tascabile, per dodici euro; e poi dicono che fotocopiare i libri conviene...
Metto nelle mani della commessa i soldi contati, lei mi sorride e mi dice «Arrivederci e grazie». Come arrivederci e grazie: e lo scontrino?
Parentesi: sapevo che ottenere uno scontrino da questa copisteria è impresa assai difficile. Una volta fui costretto a comprare qualcosa che, mi avevano assicurato, mi sarebbe stata rimborsata se avessi presentato lo scontrino. Bene, riuscii ad ottenere solo un foglietto con scritto sopra la cifra spesa ed uno scarabocchio che doveva essere una firma, foglietto che naturalmente venne cestinato da quelli che dovevano rimborsarmi la spesa. Dunque sapevo cosa mi aspettava ma un conto è trattare con un adolescente alle prime armi e un conto è farlo con un lavoratore dipendente, non più giovane, pieno di pregiudizi e in vena di litigare.
- E lo scontrino?
Parlare di corda in casa dell'impiccato. Stessa reazione. E qui, dopo il tempo necessario per capire che no, non stavo scherzando, la commessa rossa in viso mi ha detto, palesemente indispettita:
- Eh, ma allora devo farle pagare l'IVA!
Devi farmi pagare l'IVA, lo so. Questa storia chissà quante volte l'avrò sentita. Non c'è artigiano che non ci provi. Anche il dentista dove andavo da bambino aveva due prezzi, quello con IVA e fattura e quello senza. Tutto normale, se non fosse che alla fine dell'anno il dentista dichiara meno di quello che ho guadagnato io anche se per farmi un'otturazione mi chiede una settimana di stipendio. Lasciamo perdere i dentisti.
Il bello dell'essere lavoratore dipendente è che non hai bisogno di decidere se essere onesto o no. Quindi puoi fare del sano moralismo senza che nessuno ti possa contraddire. Ed io ne approfitto. Il risultato di tutta questa sceneggiata (perché questo è un copione già scritto e si ripete sempre uguale) è stato questo:
Ho preso lo scontrino senza neanche guardarlo perché era già una vittoria non aver ceduto alle lusinghe della commessa. Uno scontrino da questo negozio: fra qualche anno potrò rivenderlo sui mercatini come una rarità e rientrerò ampiamente della spesa. Già ora, quando lo racconto, la gente non ci crede.
Solo una volta arrivato a casa mi sono reso conto di come stessero le cose.
Lo scontrino è stato battuto alle 12.21 di un giovedì, cioè al termine di una mattinata di lavoro normale. Il numero degli scontrini battuti alla cassa è impressionante: otto. Significa che in tutta la mattinata sono stati battuti otto scontrini. Chi lavora in un negozio sa che questo dato vuol dire solo due cose: fallimento o evasione fiscale. E commercialista compiacente, Guardia di Finanza che ha troppo da fare, clienti che hanno il loro tornaconto... e copisterie oneste che faticano ad arrivare a fine mese.
Ecco, mi sono sfogato.
martedì 5 aprile 2011
lunedì 28 marzo 2011
Una mente aperta, forse troppo
Oggi si presenta un ragazzo del profondo sud, tutto vestito di nero. Ha modi gentili e l'aria di uno che è fuori posto.
- Scusi, per caso avete l'introduzione alla filosofia dell'amante?
Scrivo così perché voglio rendere partecipi i pochi lettori di questo blog delle difficoltà che si affrontano quando si deve cercare di capire dove finiscono i convenevoli e dove inizia il titolo del libro. Dico fin d'ora che il post di oggi riguarda proprio questa difficoltà. La punteggiatura esiste anche nel parlato ma spesso i primi a non saperlo sono proprio i parlanti.
Sono perplesso. Tanto per cominciare non ho mai sentito un titolo del genere, e un titolo così, credetemi, dovrebbe vendere parecchio; ormai ne ho sentite di tutti i colori: la filosofia di Harry Potter, la filosofia del dottor House, dei Simpson, di Lost... può starci benissimo anche la filosofia dell'amante. Però è strano che non l'abbia mai sentita. E poi quello che proprio non torna è l'associazione tra il titolo e il soggetto, inteso come cliente: non sembra proprio un tipo da filosofia dell'amante. Sarà per un regalo.
Inizio a cercare (a computer, naturalmente). Ipotizzo che il giovane mi abbia dato il titolo esatto, escludo l'articolo iniziale che potrebbe anche non esserci, valuto che se cerco "introduzione alla filosofia" mi escono almeno ottocento titoli e alla fine decido per un bel "introduzione alla filosofia dell'am@", dove la chiocciolina sta per l'asterisco usato in tutti i software del mondo, tranne il mio.
Il primo tentativo va a vuoto. Strano perché il ragazzo sembra anche sveglio; ormai dare il titolo sbagliato al libraio è un modo per passare inosservati, penso. Comunque non ho voglia di perdere altro tempo per trovare un libro simile, dunque soluzione rapida e vigliacca:
- Scusa, sai chi è l'autore?
Il ragazzo non mi delude; autore di questo capolavoro sembra essere tale Paternoster. Penso che, visto il cognome, avrebbe potuto anche scegliersi uno pseudonimo per pubblicare un libro simile, santo cielo.
Incrocio la ricerca e resto immobile a guardare la tremenda verità che mi restituisce lo schermo: abbiamo fatto gli italiani, ora dobbiamo fare l'italiano.
- Scusi, per caso avete l'introduzione alla filosofia dell'amante?
Scrivo così perché voglio rendere partecipi i pochi lettori di questo blog delle difficoltà che si affrontano quando si deve cercare di capire dove finiscono i convenevoli e dove inizia il titolo del libro. Dico fin d'ora che il post di oggi riguarda proprio questa difficoltà. La punteggiatura esiste anche nel parlato ma spesso i primi a non saperlo sono proprio i parlanti.
Sono perplesso. Tanto per cominciare non ho mai sentito un titolo del genere, e un titolo così, credetemi, dovrebbe vendere parecchio; ormai ne ho sentite di tutti i colori: la filosofia di Harry Potter, la filosofia del dottor House, dei Simpson, di Lost... può starci benissimo anche la filosofia dell'amante. Però è strano che non l'abbia mai sentita. E poi quello che proprio non torna è l'associazione tra il titolo e il soggetto, inteso come cliente: non sembra proprio un tipo da filosofia dell'amante. Sarà per un regalo.
Inizio a cercare (a computer, naturalmente). Ipotizzo che il giovane mi abbia dato il titolo esatto, escludo l'articolo iniziale che potrebbe anche non esserci, valuto che se cerco "introduzione alla filosofia" mi escono almeno ottocento titoli e alla fine decido per un bel "introduzione alla filosofia dell'am@", dove la chiocciolina sta per l'asterisco usato in tutti i software del mondo, tranne il mio.
Il primo tentativo va a vuoto. Strano perché il ragazzo sembra anche sveglio; ormai dare il titolo sbagliato al libraio è un modo per passare inosservati, penso. Comunque non ho voglia di perdere altro tempo per trovare un libro simile, dunque soluzione rapida e vigliacca:
- Scusa, sai chi è l'autore?
Il ragazzo non mi delude; autore di questo capolavoro sembra essere tale Paternoster. Penso che, visto il cognome, avrebbe potuto anche scegliersi uno pseudonimo per pubblicare un libro simile, santo cielo.
Incrocio la ricerca e resto immobile a guardare la tremenda verità che mi restituisce lo schermo: abbiamo fatto gli italiani, ora dobbiamo fare l'italiano.
domenica 20 marzo 2011
Titolo e autore
Posso chiedervi un favore? Quando telefonate a una libreria non sforzatevi di essere originali; tanto finisce che chiedete tutti sempre la stessa cosa e il trovare pericolose costruzioni sintattiche per farlo non farà di voi clienti meritevoli di maggiori attenzioni. Personalmente se dopo tre secondi da che avete iniziato a parlare non siete già arrivati al dunque, io smetto di ascoltarvi. A volte appoggio il telefono e finisco di schedare un libro, oppure faccio una ricerca per un cliente in negozio. Ormai mi bastano poche parole per capire quanto tempo servirà al mio interlocutore per dirmi finalmente quale libro sta cercando; fatto quello che devo fare riprendo il telefono e chiedo semplicemente:
- Scusi, può ripetermi il titolo del libro?
La cosa migliore sarebbe di fare esattamente quello che vi chiede il libraio. Se vi chiede un titolo, dite un titolo, non dite altro.
Ora, capisco che chi si è premurato di raccontarmi la rava e la fava della sua tesi (o tesina, che dir si voglia), chi non ha potuto fare a meno di giustificare i motivi dei propri interessi librari con non meglio precisati "studi interdisciplinari" che sta compiendo, chi ha dovuto elencare con scrupolo tutte le librerie che non gli hanno dato ascolto, insomma chi ha impiegato più di tre secondi per venire al dunque, io capisco, dicevo, che trovi riprovevole il rispondere schiettamente alla suddetta domanda. Tuttavia, torno a chiedere, cercate di fare uno sforzo. Fatelo per me.
Qualche giorno fa ha chiamato un tizio. Solito siparietto, vorrei un'informazione, e cosa mai vorrà sapere, un libro, pensa un po', insomma alla fine riesco a strappargli il titolo.
- L'assedio di Ainis.
È vero, io ci ho messo del mio. Dovrei conoscere tutti i libri che vengono pubblicati, a maggior ragione se non sono novità, come fanno certi miei colleghi. Forse ero sovrappensiero, forse non avevo capito bene. Non lo so. Fatto sta che cerco "assedio di a@" e non trovo niente. Alice che dice? Niente. Google? Troppo, che è come dire niente. Allora, in modo molto professionale, senza staccare gli occhi dal video, chiedo il cognome dell'autore, come se avessi bisogno solo di una conferma. E' uno stratagemma che uso spesso, soprattutto con i titoli stranieri.
- Ainis.
Ripeto: in questo caso la colpa è mia. Ma se ti chiedo il titolo di un libro perché mi devi dire titolo e autore? Se ti chiedo il titolo mi dici il titolo, se ti chiedo l'autore mi dici l'autore, altrimenti se vuoi far vedere che sai tante cose vai anche a cercartelo da solo il tuo libro. E pure questo Ainis, che razza di cognome!
- Scusi, può ripetermi il titolo del libro?
La cosa migliore sarebbe di fare esattamente quello che vi chiede il libraio. Se vi chiede un titolo, dite un titolo, non dite altro.
Ora, capisco che chi si è premurato di raccontarmi la rava e la fava della sua tesi (o tesina, che dir si voglia), chi non ha potuto fare a meno di giustificare i motivi dei propri interessi librari con non meglio precisati "studi interdisciplinari" che sta compiendo, chi ha dovuto elencare con scrupolo tutte le librerie che non gli hanno dato ascolto, insomma chi ha impiegato più di tre secondi per venire al dunque, io capisco, dicevo, che trovi riprovevole il rispondere schiettamente alla suddetta domanda. Tuttavia, torno a chiedere, cercate di fare uno sforzo. Fatelo per me.
Qualche giorno fa ha chiamato un tizio. Solito siparietto, vorrei un'informazione, e cosa mai vorrà sapere, un libro, pensa un po', insomma alla fine riesco a strappargli il titolo.
- L'assedio di Ainis.
È vero, io ci ho messo del mio. Dovrei conoscere tutti i libri che vengono pubblicati, a maggior ragione se non sono novità, come fanno certi miei colleghi. Forse ero sovrappensiero, forse non avevo capito bene. Non lo so. Fatto sta che cerco "assedio di a@" e non trovo niente. Alice che dice? Niente. Google? Troppo, che è come dire niente. Allora, in modo molto professionale, senza staccare gli occhi dal video, chiedo il cognome dell'autore, come se avessi bisogno solo di una conferma. E' uno stratagemma che uso spesso, soprattutto con i titoli stranieri.
- Ainis.
Ripeto: in questo caso la colpa è mia. Ma se ti chiedo il titolo di un libro perché mi devi dire titolo e autore? Se ti chiedo il titolo mi dici il titolo, se ti chiedo l'autore mi dici l'autore, altrimenti se vuoi far vedere che sai tante cose vai anche a cercartelo da solo il tuo libro. E pure questo Ainis, che razza di cognome!
martedì 15 marzo 2011
Associazioni di pensieri
Oggi è stata una giornata particolare: il mio giovane collega ha trovato un nuovo lavoro (inutile dire che è migliore di questo) e ci lascia. La tensione si tagliava col coltello: il capo era nero, lui non sapeva più dove nascondersi, gli altri erano indecifrabili. A fine giornata ero stanco come se avessi lavorato. Così mi sono detto: schediamo un po' di libri e tiriamo l'orario di chiusura di questa bella giornata.
Naturalmente, mentre schedavo, la testa era da un'altra parte. Poi, improvvisamente, la mia attenzione è stata risvegliata da un'osservazione che merita di essere condivisa.
Stavo schedando dieci piccoli libri usciti oggi, casa editrice Baldini Castoldi e Dalai, argomento: unità d'Italia. Totalmente inutili, dunque con buone possibilità di essere venduti se collocati nella giusta posizione. Prezzo: 3,90 euro. Settantanove pagine.
Niente di strano se subito dopo non mi fosse capitata tra le mani una novità Einaudi, collana "Le vele", autore di spicco (Vargas Llosa). Numero di pagine: trentaquattro; prezzo di copertina 8,00 euro.
Ora, d'accordo l'importanza dell'autore, il prestigio della casa editrice, un certo snobbismo verso i libri troppo economici. Ma otto euro per trentaquattro pagine non sono troppi? Ci si lamenta del prezzo del cinema, ma almeno al cinema con otto euro passo due ore a divertirmi. Quanto ci metto a leggere trentaquattro pagine, tenuto conto che "Le vele" sono poco più grandi di un iPhone?
E' arrivato il momento di fare di tutta l'erba un fascio e dire chiaro e forte che il prezzo dei libri ha raggiunto livelli assurdi, e tutto questo, cari clienti, per poter sostenere quelle belle campagne di sconti del 25% che vedete in giro in questi giorni. Illudendovi di farvi risparmiare un mese gli editori vi spennano per il resto dell'anno e lo fanno in quello che avete di più caro, ovvero gli economici, che poi tanto economici non sono.
Sono come i cellulari di una volta: più erano piccoli e più li pagavi. Nel mondo anglosassone esistono due grandi categorie di prodotto, l'hardback e il paperback, il primo è rilegato e costa tanto, il secondo è in brossura, si sfascia con facilità ma in compenso costa poco. In Italia un PBE (Einaudi, tanto per cambiare) ha tutte le caratteristiche di un economico (un paperback) ma arrivi a pagarlo più di trenta euro, e comunque non meno di dodici.
Ah, quante cose avrei da dire...
Naturalmente, mentre schedavo, la testa era da un'altra parte. Poi, improvvisamente, la mia attenzione è stata risvegliata da un'osservazione che merita di essere condivisa.
Stavo schedando dieci piccoli libri usciti oggi, casa editrice Baldini Castoldi e Dalai, argomento: unità d'Italia. Totalmente inutili, dunque con buone possibilità di essere venduti se collocati nella giusta posizione. Prezzo: 3,90 euro. Settantanove pagine.
Niente di strano se subito dopo non mi fosse capitata tra le mani una novità Einaudi, collana "Le vele", autore di spicco (Vargas Llosa). Numero di pagine: trentaquattro; prezzo di copertina 8,00 euro.
Ora, d'accordo l'importanza dell'autore, il prestigio della casa editrice, un certo snobbismo verso i libri troppo economici. Ma otto euro per trentaquattro pagine non sono troppi? Ci si lamenta del prezzo del cinema, ma almeno al cinema con otto euro passo due ore a divertirmi. Quanto ci metto a leggere trentaquattro pagine, tenuto conto che "Le vele" sono poco più grandi di un iPhone?
E' arrivato il momento di fare di tutta l'erba un fascio e dire chiaro e forte che il prezzo dei libri ha raggiunto livelli assurdi, e tutto questo, cari clienti, per poter sostenere quelle belle campagne di sconti del 25% che vedete in giro in questi giorni. Illudendovi di farvi risparmiare un mese gli editori vi spennano per il resto dell'anno e lo fanno in quello che avete di più caro, ovvero gli economici, che poi tanto economici non sono.
Sono come i cellulari di una volta: più erano piccoli e più li pagavi. Nel mondo anglosassone esistono due grandi categorie di prodotto, l'hardback e il paperback, il primo è rilegato e costa tanto, il secondo è in brossura, si sfascia con facilità ma in compenso costa poco. In Italia un PBE (Einaudi, tanto per cambiare) ha tutte le caratteristiche di un economico (un paperback) ma arrivi a pagarlo più di trenta euro, e comunque non meno di dodici.
Ah, quante cose avrei da dire...
giovedì 10 marzo 2011
Vedi, in una situazione diversa non avrei avuto problemi a dirti la verità. In fin dei conti è solo un blog con quattro lettori in croce. Ma, sarai d'accordo con me, io stavo praticamente giocando in casa e mettere a rischio l'anonimato con certi commensali poteva generare delle conseguenze imprevedibili. Ho preferito una piccola bugia (con annessa sceneggiata, lo ammetto) che spero mi avrai perdonato, assieme alla proposta del tavolo storto all'ingresso.
giovedì 3 marzo 2011
I migliori libri per la preparazione dei test INVALSI
Come se non bastasse il grande business degli esami di ammissione alle facoltà, con il loro corredo di inutili testi per la preparazione, manuali, eserciziari e compagnia (settore editoriale in cui il "migliore" è quello che contiene meno errori e il più "utile" è quello che ti fa perdere meno tempo in un'attività che non serve a nulla), ecco che ora fanno il loro ingresso in pompa magna i test INVALSI, questi sconosciuti.
Io non sono un esperto in materia ma da quello che ho capito i test INVALSI vengono somministrati agli studenti in momenti predeterminati del loro ciclo di studi per valutarne in maniera oggettiva la preparazione. Il loro obiettivo è di verificare il raggiungimento di obiettivi minimi di conoscenza. Sono nazionali, ovvero uguali per tutti, ma coinvolgono solo un campione di studenti estratti a sorte. La cosa più importante però è che i risultati dei test non fanno media, ovvero non incidono sul voto finale.
Detto questo, la domanda sorge spontanea: perché uno studente che di norma non si preparerebbe nemmeno per l'interrogazione più importante della sua vita dovrebbe sentir nascere dentro sé il sacro fuoco della conoscenza proprio in occasione dell'unico test che avrebbe interesse a consegnare in bianco (abbassando così gli standard di valutazione per sé e per tutti gli altri studenti italiani)? Risposta semplice: perché noi abbiamo dei libri da vendere.
Appena l'editore sente parlare di "test INVALSI" si domanda: come posso ricavare da una cosa inutile un qualcosa che si possa vendere? La strategia è sempre la stessa: prima di tutto suscito un bisogno, poi offro un oggetto che appaga questo bisogno indotto.
Quando si tratta di scuola i genitori si schierano immediatamente dalla parte dei figli e fanno di tutto per vanificare ogni tentativo di valutazione oggettiva dei risultati raggiunti dai loro pargoli, preferendo di gran lunga credere di aver allevato dei piccoli genii incompresi al posto dei mostriciattoli semianalfabeti che producono quelle misteriose opere grafiche che chiamano "verifiche scritte". Se c'è un motivo per scappare dal nostro paese è il pensiero che quando noi saremo vecchi l'Italia sarà nelle loro mani. Aiuto.
Comunque, per tornare ai nostri test, i genitori sono già abbastanza terrorizzati all'idea che i loro "tesori" non siano all'altezza di cotanta impresa e senza bisogno d'altro l'editore non deve far altro che offrire la soluzione più semplice: il libro per la preparazione al test. Vi prego, se entrate in una libreria, chiedete di visionare uno di questi libri; vi renderete conto del livello di difficoltà di cui stiamo parlando. Ebbene, nonostante questo i genitori cercano il solito "aiutino", quel qualcosa che aiuti i loro figli a "passare" il test INVALSI, a fare meglio degli altri. E noi abbiamo quello che cercano.
Sia chiaro: quello che abbiamo da offrire è solo fuffa, libri con domandine scopiazzate qua e là da qualche stagista annoiato, niente di più. Eppure li vendiamo come se fossero la chiave del successo. E i clienti ci chiedono pure i consigli: meglio questo o meglio quello? Facile, è meglio quello che mi garantisce il più alto margine di guadagno...
Siamo ad un passo dal reato di "circonvenzione di incapace", e per una volta non mi riferisco agli studenti.
Io non sono un esperto in materia ma da quello che ho capito i test INVALSI vengono somministrati agli studenti in momenti predeterminati del loro ciclo di studi per valutarne in maniera oggettiva la preparazione. Il loro obiettivo è di verificare il raggiungimento di obiettivi minimi di conoscenza. Sono nazionali, ovvero uguali per tutti, ma coinvolgono solo un campione di studenti estratti a sorte. La cosa più importante però è che i risultati dei test non fanno media, ovvero non incidono sul voto finale.
Detto questo, la domanda sorge spontanea: perché uno studente che di norma non si preparerebbe nemmeno per l'interrogazione più importante della sua vita dovrebbe sentir nascere dentro sé il sacro fuoco della conoscenza proprio in occasione dell'unico test che avrebbe interesse a consegnare in bianco (abbassando così gli standard di valutazione per sé e per tutti gli altri studenti italiani)? Risposta semplice: perché noi abbiamo dei libri da vendere.
Appena l'editore sente parlare di "test INVALSI" si domanda: come posso ricavare da una cosa inutile un qualcosa che si possa vendere? La strategia è sempre la stessa: prima di tutto suscito un bisogno, poi offro un oggetto che appaga questo bisogno indotto.
Quando si tratta di scuola i genitori si schierano immediatamente dalla parte dei figli e fanno di tutto per vanificare ogni tentativo di valutazione oggettiva dei risultati raggiunti dai loro pargoli, preferendo di gran lunga credere di aver allevato dei piccoli genii incompresi al posto dei mostriciattoli semianalfabeti che producono quelle misteriose opere grafiche che chiamano "verifiche scritte". Se c'è un motivo per scappare dal nostro paese è il pensiero che quando noi saremo vecchi l'Italia sarà nelle loro mani. Aiuto.
Comunque, per tornare ai nostri test, i genitori sono già abbastanza terrorizzati all'idea che i loro "tesori" non siano all'altezza di cotanta impresa e senza bisogno d'altro l'editore non deve far altro che offrire la soluzione più semplice: il libro per la preparazione al test. Vi prego, se entrate in una libreria, chiedete di visionare uno di questi libri; vi renderete conto del livello di difficoltà di cui stiamo parlando. Ebbene, nonostante questo i genitori cercano il solito "aiutino", quel qualcosa che aiuti i loro figli a "passare" il test INVALSI, a fare meglio degli altri. E noi abbiamo quello che cercano.
Sia chiaro: quello che abbiamo da offrire è solo fuffa, libri con domandine scopiazzate qua e là da qualche stagista annoiato, niente di più. Eppure li vendiamo come se fossero la chiave del successo. E i clienti ci chiedono pure i consigli: meglio questo o meglio quello? Facile, è meglio quello che mi garantisce il più alto margine di guadagno...
Siamo ad un passo dal reato di "circonvenzione di incapace", e per una volta non mi riferisco agli studenti.
giovedì 10 febbraio 2011
Giornata della memoria
Il primo cliente si avvicina con quell'andatura che hanno i vecchi la mattina, dopo che hanno fatto colazione al bar e hanno discusso la prima pagina del giornale col postino, anche lui rifugiatosi nel bar per godersi un po' di caldo al prezzo di un caffé. Insomma, l'andatura di un vecchietto che non ha più fretta di far niente. Gente così per tutto il giorno, penso tra me, ecco cosa ci vorrebbe.
Mi fa vedere un pezzo di carta. Tra tante cose scritte a mano in modo disordinato mi indica una parola, sorridendo come a dire che con quelli della sua età ci vuol pazienza. Antonella.
- Ho sentito alla radio stamattina che parlavano di un libro ma non ho fatto in tempo... non mi ricordo il titolo però so che l'autrice si chiama Antonella.
- Di cosa parlava il libro?
- Mah, dei "valori"...
Non è difficile: basta prendere l'ultima lettera del nome, Roberta, unirla alle doppie "l" di De Monticelli (le doppie restano sempre in mente, chissà perché...) e si ottiene il finale di un nome di donna: "lla". Si mescola il tutto e si ottiene Antonella. Oppure si punta sul libro che tutti stanno chiedendo, come ho fatto io, e con un po' di fortuna si risolve l'indovinello.
Il secondo cliente ha ordinato un libro, molto tempo fa. Sì, lo abbiamo avvisato ma lui era via e non è passato a ritirarlo, però adesso gli serve. Gli spiego che dopo un po' i libri ordinati e non ritirati vengono rimessi in vendita ma che se mi dice il titolo posso controllare: spesso questi libri rimangono comunque invenduti.
- Il titolo non me lo ricordo.
Ma come: ordini un libro che oltretutto ti serve, vieni in libreria e non ti ricordi nemmeno che libro è? Ma ti rendi conto?
- Se vi do il mio nome voi non riuscite a risalire...?
Eh già, noi abbiamo i computer, noi troviamo tutto. Diciamo la verità, il tuo è solo un modo maldestro e anche un po' arrogante di girare la frittata. Non ti ricordi che libro hai ordinato e vuoi anche avere ragione. Bravo.
Il terzo cliente è una specie di intellettuale decaduto. Mi chiede di tenergli da parte un libro perché non si ricorda se ce l'ha già. E tu cerchi di immaginarti come deve essere la sua biblioteca (perché è sicuro che avrà una stanza dedicata solo ai libri) e ti vedi davanti una di quelle dimore inglesi dell'Ottocento... Ma la realtà è che hai davanti uno che probabilmente compra un sacco di libri solo per il gusto di averli, ne legge pochi e quelli che legge se li dimentica. Figuriamoci se si ricorda quello che ha comprato.
Anche la cliente successiva ha ordinato un libro ma non si ricorda che nome ha lasciato per la prenotazione. Quando si dice una crisi di identità.
- Posso aver lasciato il mio da nubile o da sposata o quello della mia amica perché il libro è per lei, oppure ho dato quello di mio fratello perché pensavo che passasse lui a ritirarlo ma è dovuto partire...
Possono mancare gli studenti? Loro, molto semplicemente, ordinano il libro e si dimenticano di ritirarlo. No, non parlo di quelli che lo ordinano a venti librerie e poi lo trovano usato e buonanotte. No, ce ne sono di quelli che proprio se li dimenticano. Se li chiami, dopo un po', e gli dici che c'è un libro che li aspetta, sono anche contenti: «Ah, che bello, è arrivato? Sa che non me lo ricordavo nemmeno?». Sì, lo so.
Mi fa vedere un pezzo di carta. Tra tante cose scritte a mano in modo disordinato mi indica una parola, sorridendo come a dire che con quelli della sua età ci vuol pazienza. Antonella.
- Ho sentito alla radio stamattina che parlavano di un libro ma non ho fatto in tempo... non mi ricordo il titolo però so che l'autrice si chiama Antonella.
- Di cosa parlava il libro?
- Mah, dei "valori"...
Non è difficile: basta prendere l'ultima lettera del nome, Roberta, unirla alle doppie "l" di De Monticelli (le doppie restano sempre in mente, chissà perché...) e si ottiene il finale di un nome di donna: "lla". Si mescola il tutto e si ottiene Antonella. Oppure si punta sul libro che tutti stanno chiedendo, come ho fatto io, e con un po' di fortuna si risolve l'indovinello.
Il secondo cliente ha ordinato un libro, molto tempo fa. Sì, lo abbiamo avvisato ma lui era via e non è passato a ritirarlo, però adesso gli serve. Gli spiego che dopo un po' i libri ordinati e non ritirati vengono rimessi in vendita ma che se mi dice il titolo posso controllare: spesso questi libri rimangono comunque invenduti.
- Il titolo non me lo ricordo.
Ma come: ordini un libro che oltretutto ti serve, vieni in libreria e non ti ricordi nemmeno che libro è? Ma ti rendi conto?
- Se vi do il mio nome voi non riuscite a risalire...?
Eh già, noi abbiamo i computer, noi troviamo tutto. Diciamo la verità, il tuo è solo un modo maldestro e anche un po' arrogante di girare la frittata. Non ti ricordi che libro hai ordinato e vuoi anche avere ragione. Bravo.
Il terzo cliente è una specie di intellettuale decaduto. Mi chiede di tenergli da parte un libro perché non si ricorda se ce l'ha già. E tu cerchi di immaginarti come deve essere la sua biblioteca (perché è sicuro che avrà una stanza dedicata solo ai libri) e ti vedi davanti una di quelle dimore inglesi dell'Ottocento... Ma la realtà è che hai davanti uno che probabilmente compra un sacco di libri solo per il gusto di averli, ne legge pochi e quelli che legge se li dimentica. Figuriamoci se si ricorda quello che ha comprato.
Anche la cliente successiva ha ordinato un libro ma non si ricorda che nome ha lasciato per la prenotazione. Quando si dice una crisi di identità.
- Posso aver lasciato il mio da nubile o da sposata o quello della mia amica perché il libro è per lei, oppure ho dato quello di mio fratello perché pensavo che passasse lui a ritirarlo ma è dovuto partire...
Possono mancare gli studenti? Loro, molto semplicemente, ordinano il libro e si dimenticano di ritirarlo. No, non parlo di quelli che lo ordinano a venti librerie e poi lo trovano usato e buonanotte. No, ce ne sono di quelli che proprio se li dimenticano. Se li chiami, dopo un po', e gli dici che c'è un libro che li aspetta, sono anche contenti: «Ah, che bello, è arrivato? Sa che non me lo ricordavo nemmeno?». Sì, lo so.
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